Archive for the ‘Stelle del Cinema’ category

Marisa Pavan, l’eterna gemella del nostro cinema

maggio 7, 2010

Marisa Pavan, vero nome Maria Luisa Pierangeli. L'attrice è nata a Cagliari nel 1932.

All’inizio era solo Maria Luisa, la “gemella di”. Di Anna Maria Pierangeli, prima diva da esportazione del nostro cinema.  La celebrità riflessa però era destinata a finire presto. Anche Maria Luisa diventa attrice. Anzi, diventa Marisa Pavan.

Siamo nella Hollywood dei primi anni Cinquanta. Marisa esordisce con la 20th Century Fox, in Uomini alla ventura di John Ford (1952). La sua grande occasione è un’altra: nel 1955 Daniel Mann la sceglie per interpretare Rosa delle Rose nel film La rosa tatuata. Al suo fianco recita Anna Magnani. Sono le prime due italiane a ottenere una nomination agli Oscar: Magnani come attrice protagonista, Pavan come non protagonista.

Insieme ricevono anche un Golden Globe (1956). Agli Academy Awards, però, la loro strada si divide. Anna non partecipa alla cerimonia finale, lascia a Marisa il compito di accettare al suo posto la preziosa statuetta d’oro, in caso di vittoria. Così avviene: quando Jerry Lewis annuncia il trionfo dell’attrice romana, Pavan si precipita a ritirare il premio. «Mi sono messa a correre come non ho mai fatto in vita mia», ha ricordato di recente.

Marisa Pavan e Anna Magnani in una scena del film "La Rosa Tatuata" (1955).

In cuor suo, la giovane diva spera di poter salire ancora su quel palco e di stringere un altro Oscar: il suo. Niente da fare. La migliore non protagonista del 1955 è Jo Van Fleet. Marisa non si perde d’animo: lavora con Gregory Peck, Lana Turner, Yul Brynner. Non è ossessionata dalla popolarità. A 24 anni sposa il divo francese Jean-Pierre Aumont e si trasferisce con lui in Francia. Le sue apparizioni si diradano: sceneggiati televisivi, poco cinema. Nel 1973 interpreta un delizioso ruolo nella commedia Niente di grave, suo marito è incinto, con Marcello Mastroianni.

Per anni il nostro Paese l’ha dimenticata, ingiustamente. Soltanto nel 2006 Pavan riappare sulle scene, nel documentario Anna Magnani-Ritratto d’attrice. Un omaggio all’amica di un tempo, sincero e affettuoso. Rimorsi? Marisa avrebbe potuto diventare una star. Ha preferito essere una moglie e una mamma. Vive ancora in Francia. Troppo sobria, elegante e discreta per essere ricordata dai media italiani.

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Mamma Nanda Primavera, dalla Lollo a Sordi

maggio 6, 2010

Nanda Primavera (1898-1995). Per lei una carriera lunga più di settant'anni. (Google)

Il cinema italiano la voleva madre a tutti i costi. Ambiziosa e severa, oppressiva e chiacchierona. Anche sopra le righe, se necessario. Nanda Primavera aveva imparato ad adattarsi. Aquilana classe 1898, cantante d’operetta agli esordi, arrivava dal teatro. Sul palcoscenico aveva sperimentato tutto: attrice, soubrette, ballerina. Un’artista completa, come prevedevano le regole dell’avanspettacolo.

Per vent’anni Nanda esibisce il suo fascino limpido e solare in riviste di grande successo. Poi l’incontro con il cinema. Casuale, secondo le cronache dell’epoca. Debutta nel 1935 in Ginevra degli Almieri, regia di Guido Brignone. A regalarle maggiori soddisfazioni, però, è il dopoguerra. Lavora con Mario Camerini, Steno, Dino Risi. Il meglio della commedia all’italiana. Alcune sue interpretazioni diventano memorabili. Per ben due volte veste i panni della madre di Gina Lollobrigida: nel letterario La provinciale (1953), di Mario Soldati, e nel patinato La donna più bella del mondo (1955), firmato da Robert Z. Leonard.

Ma è accanto a uno strepitoso Alberto Sordi che Primavera dà il meglio di sé. Nell’esilarante Il medico della mutua (1968), di Luigi Zampa, è la mamma ossessiva di un giovane dottorino romano, che cerca nell’ascesa professionale del figlio il proprio riscatto. Umano ed economico. Proporrà questo fortunato personaggio anche nel sequel del film, Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1972), di Luciano Salce.

Sempre brillante e sicura, Nanda Primavera non smette mai di recitare. Muore a 97 anni, il 9 agosto del 1995.  La sua ultima fatica cinematografica, una commedia di Giorgio Capitani: E non se ne vogliono andare. Era il 1989.

Muore Lynn Redgrave, stella del cinema inglese

maggio 5, 2010

Lynn Redgrave (1943-2010). L'attrice, figlia di Michael e sorella di Vanessa, ha vinto un Golden Globe ed è stata per due volte candidata all'Oscar. (Google)

Il suo talento era immenso. Come quello del padre, Sir Michael Redgrave. Della sorella maggiore Vanessa, del fratello Corin. Delle nipoti Joely e Natasha Richardson. Tutti interpreti di razza, figli ed eredi di una dinastia che ha alimentato il suo mito sui palcoscenici di tutto il mondo. Da Londra e Broadway. Fino alla conquista di Hollywood. Lynn Redgrave non faceva eccezione: per quasi mezzo secolo ha dominato le scene. La grande attrice inglese se n’è andata la notte del 3 maggio a New York. Uccisa da un cancro al seno che la teneva prigioniera da troppo tempo. Aveva 67 anni.

Nata nel 1943, bellezza fiera e carattere anticonformista, aveva esordito a teatro, in Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Di lì a poco sarebbe arrivato il cinema d’autore. In Gregory, svegliati (1966), di Silvio Narizzano, Lynn tratteggia con straordinaria misura il personaggio di Georgy, ragazza generosa e poco attraente, disposta a rinunciare ad un matrimonio upper-class per crescere il figlio illegittimo della sua ingrata coinquilina. Viene perfino candidata all’Oscar.

Una delle ultime immagini di Lynn Redgrave, morta a New York il 3 maggio scorso. (Google)

Seguono altri ruoli di prestigio sul grande e piccolo schermo. L’attrice lavora con Sidney Lumet, Woody Allen, Desmond Davis. Demoni e dei (1998), di Bill Condan, le vale una seconda nomination agli Academy Award e la vittoria del Golden Globe come migliore non protagonista.

Un successo, quello della Redgrave, pagato a caro prezzo. Soprattutto sul piano personale: un matrimonio andato in frantumi dopo 32 anni, la lotta contro la bulimia. Poi il cancro, terribile e spietato. Lei non aveva smesso di recitare: del 2009 è la partecipazioni al divertente I love shopping, regia di P.J. Hogan.

La stella di Lynn Redgrave ha smesso di brillare il 3 maggio, in un appartamento di New York. Un mese dopo la morte del fratello Corin. A un anno dal tragico incidente che era costato la vita alla nipote, Natasha Richardson. I tre figli dell’attrice (Ben, Pema e Annabel) ora la ricordano con poche parole, cariche di emozione: «Ha vissuto, amato e lavorato più duramente che mai». In dolce memoria.

Giulietta Masina, una vita con Fellini. Tra amore e lavoro

marzo 24, 2010

Giulietta Masina (vero nome, Giulia Anna) è nata a Bologna nel 1922. (Google)

La fantasia di Federico, la dolcezza di Giulietta. La poesia di Fellini, il cuore della Masina. Una storia d’amore che ha accompagnato i più grandi successi del cinema italiano. Lui, il regista dei cinque Oscar. Lei, l’attrice minuta e aggraziata, compagna di vita e di carriera. Giulietta Masina non era appariscente come la Loren, né statuaria come la Cardinale. Eppure ha dato tantissimo allo spettacolo italiano.

Bolognese classe 1922, debuttante di lusso alla radio, fa la sua prima apparizione sul grande schermo in Paisà (1946), di Roberto Rossellini. Nel 1948 arriva il Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista per Senza Pietà. Il regista è Alberto Lattuada, che la dirigerà insieme al suo eterno amore, Federico Fellini, in Luci del varietà (1951).

E proprio il marito, a partire dagli anni Cinquanta, dà una svolta alla sua carriera. Disegna per lei una galleria di straordinari personaggi femminili. Affamati d’amore, vibranti d’umanità. Giulietta diventa il rifugio più sincero dell’immaginario del Maestro Un pulcino leggero e impaurito, che si muove con inconfondibile leggerezza tra l’esuberanza di Sandra Milo e il fascino ostentato di Sylva Koscina. Le sue interpretazioni fanno scuola: Lo sceicco bianco (1952), La strada (1954), Le notti di Cabiria (1957). In quest’ultimo film, la Masina tratteggia con grande sensibilità una prostituta di buon cuore (Cabiria appunto), «integra e pulita, in un mondo di gente torbida». Per la giuria del festival di Cannes è la migliore attrice dell’anno.

Federico Fellini e Giulietta Masina. Il regista e l'attrice si sposarono nel 1943. (Google)

Giulietta si lascia dirigere anche da altri registi: strepitosi i duetti con Anna Magnani (Nella città dell’inferno, 1958, di Renato Castellani) e Katherine Hepburn (La pazza di Chaillot, 1969, di Bryan Forbes). Le migliori occasioni, però, continua a regalargliele il marito, da Giulietta degli spiriti (1965) a Ginger e Fred (1985, con cui vince anche un David di Donatello).

Nel 1993 Fellini riceve l’Oscar alla Carriera. Tutta Hollywood si riunisce per rendere omaggio al Maestro. Lui, emozionato e commesso, parla alla platea: «A chi dedico il premio? Faccio soltanto il nome di un’attrice, che è anche mia moglie. Grazie, cara Giulietta. E, per favore, smettila di piangere». La Masina applaude, lacrime silenziose le solcano il viso.

Muore nel marzo 1994. Il marito, l’adorato Federico, se n’era andato cinque mesi prima.

Addio a Lauretta Masiero, signora del varietà

marzo 23, 2010

Lauretta Masiero, grande attrice italiana di teatro e cinema, è stata protagonista di una carriera lunga più di sessant'anni. (Sole24ore)

Lauretta Masiero non ce l’ha fatta. Il morbo di Alzheimer, contro cui lottava da nove anni, l’ha uccisa questa mattina in una clinica romana. L’attrice aveva 82 anni. Bionda ed eclettica, dotata di una presenza scenica fuori dal comune, era considerata l’ultima regina del varietà. Per anni aveva prestato il suo talento alla causa dello spettacolo italiano. Teatro, cinema e televisione. Una prima donna senza capricci e senza pretese.

Masiero era nata a Venezia nel 1927. Splendida esordiente in forza al gruppo di Erminio Macario già nel 1947, viene consacrata al successo da Garinei e Giovannini, grazie allo spettacolo Attanasio cavallo vanesio (1952). Inizia per lei una felice stagione da protagonista sul palcoscenico, accanto alle grandi star dell’epoca: Andreina Pagnani, Lina Volonghi, Arnoldo Foà, Aroldo Tieri. Ruoli brillanti, pieni di leggerezza. Interpretati con eleganza e mestiere. Doti che l’hanno resa indimenticabile anche nelle poche, deliziose caratterizzazioni cinematografiche.

Lauretta è stata la spalla di Totò (Totò a Parigi, 1958, di Camillo Mastrocinque), di Jhonny Dorelli, suo futuro compagno (Tipi da spiaggia, 1959, di Mario Mattoli) e Ugo Tognazzi (Sua Eccellenza si fermò a mangiare, 1961, sempre di Mattoli). A teatro, ha dimostrato di trovarsi a suo agio sia nelle commedie sia nei classici.

L’interpretazione della cronista-detective Laura Persichetti, alias Laura Storm, nell’omonimo sceneggiato diretto da Camillo Mastrocinque, in onda a partire dal 1965, l’ha resa popolarissima anche al pubblico televisivo.

Tra le ultime apparizioni di Masiero, la lady Leonarde dell’originale Il viaggio di capitan Fracassa (1990), di Ettore Scola. Poi la lotta, terribile e imprevista, contro l’Alzheimer. Una malattia feroce, spietata. Lauretta sapeva che vincere sarebbe stato difficile, ma ha voluto provarci fino in fondo. Il suo cuore ha smesso di battere oggi. Sulla sala è sceso il silenzio. Le luci del varietà si sono spente. La grande attrice non è più in scena.

Vivi Gioi, la bionda sottochiave

marzo 21, 2010

Vivi Gioi (1917-1975) è stata attrice di cinema, teatro e televisione. (Wikipedia)

Vittorio De Sica l’aveva scoperta durante una recita di beneficenza, sul finire degli anni Trenta. Viviana Trumpy, classe 1917, norvegese da parte di padre, portava con disinvoltura una bellezza da indossatrice. Bionda, snella, altissima. Si trasformerà prima in Vivien Diesca, anagramma di De Sica. Poi in Vivi Gioi.

Il suo esordio nel cinema risale al 1936, con Ma non è una cosa seria, di Mario Camerini. A consacrarla, però, è Camillo Mastrocinque in Bionda sottochiave (1939). La Gioi viene catapultata nella commedia dei telefoni bianchi. Film allegri e senza pretese, confezionati su misura per esaltare il fascino dell’attrice di turno. Un filone che ogni anno sforna nuove, aspiranti dive. La concorrenza è forte, ma Vivi riesce a liberarsi presto dalle briglie dell’anonimato. In Bengasi (1942), di Augusto Genina, è chiamata per la prima volta a interpretare un ruolo drammatico. Il risultato è sorprendente: la carriera della bionda star è a una svolta. Nel 1947, la consacrazione: la sgradevole collaborazionista Daniela, tratteggiata con superba maestria in Caccia tragica, di Giuseppe De Santis, vale un Nastro d’Argento come migliore non protagonista. Per la Gioi sono anni di grandi soddisfazioni.

Eppure, nel momento di  massima celebrità, il cinema inizia a metterla in disparte. Lei ripara sul teatro, dove viene diretta da Luchino Visconti e Guido Salvini. Saluta lo schermo. Tornerà davanti alla macchina da presa soltanto in poche occasioni: nello storico Il processo di Verona (1963), di Carlo Lizzani, è un’intensa Rachele Mussolini.

Mai dimenticata, muore a Fregene nel luglio 1975. Ad appena 58 anni.

Da Cinecittà al Messico, la storia di Irasema Dilian

marzo 15, 2010

Irasema Dilian (1924-1996) ha conosciuto una stagione di grande notorietà nel cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. (Cinemabrasilero.net)

Doveva divertire, distrarre, emozionare le platee. Con quel viso acqua e sapone, il fascino garbato, l’italiano dolcemente imperfetto. Nel cinema degli anni Quaranta, Irasema Dilian (vero cognome, Warschalowska) fu una delle star più amate. Merito di Vittorio De Sica, che scopre la bella attrice e la lancia nello spassoso Maddalena… zero in condotta (1940). Lei, nata a Rio de Janeiro nel 1924, ottiene grandi consensi.

Riproporrà il personaggio della studentessa sensibile e sincera in altre pellicole fortunate: Ore 9 lezione di chimica (1941), di Mario Mattoli e Violette nei capelli (1942), di Carlo Ludovico Bragaglia. In mezzo, la poetessa con la testa tra le nuvole di Teresa Venerdì (1941), regia ancora di Vittorio De Sica. Poi l’avventura spagnola: Irasema trascorre lì l’ultimo anno di guerra, lavorando in diverse produzioni iberiche.

Tornata a Roma, oramai lontana dai ruoli degli esordi, l’attrice si misura con il genere avventuroso in Aquila Nera (1946), di Riccardo Freda, e con ambiziosi melodrammi (Donne senza nome, 1950, di Gèza von Radvany). La sua popolarità, però, inizia a calare. Il cinema è alla ricerca di bellezze diverse, il neorealismo si fa largo nelle sale. Per l’ex diva Dilian non c’è più posto. Non in Italia, almeno. A garantirle una seconda vita artistica sarà il Messico. In America Centrale, Irasema gira un film dietro l’altro. L’eco della sua rinnovata celebrità arriva fino in Europa: Luis Boñuel la chiama per interpretare Caterina, protagonista di Cime tempestose (1953).

Ancora affascinante e amata dal pubblico, nella prima metà degli anni Sessanta decide di rientrare nel nostro Paese e abbandonare le scene. Morirà a Ceprano nel 1996.