Vivi Gioi, la bionda sottochiave

Pubblicato marzo 21, 2010 di italianstardust
Categorie: Stelle del Cinema

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Vivi Gioi (1917-1975) è stata attrice di cinema, teatro e televisione. (Wikipedia)

Vittorio De Sica l’aveva scoperta durante una recita di beneficenza, sul finire degli anni Trenta. Viviana Trumpy, classe 1917, norvegese da parte di padre, portava con disinvoltura una bellezza da indossatrice. Bionda, snella, altissima. Si trasformerà prima in Vivien Diesca, anagramma di De Sica. Poi in Vivi Gioi.

Il suo esordio nel cinema risale al 1936, con Ma non è una cosa seria, di Mario Camerini. A consacrarla, però, è Camillo Mastrocinque in Bionda sottochiave (1939). La Gioi viene catapultata nella commedia dei telefoni bianchi. Film allegri e senza pretese, confezionati su misura per esaltare il fascino dell’attrice di turno. Un filone che ogni anno sforna nuove, aspiranti dive. La concorrenza è forte, ma Vivi riesce a liberarsi presto dalle briglie dell’anonimato. In Bengasi (1942), di Augusto Genina, è chiamata per la prima volta a interpretare un ruolo drammatico. Il risultato è sorprendente: la carriera della bionda star è a una svolta. Nel 1947, la consacrazione: la sgradevole collaborazionista Daniela, tratteggiata con superba maestria in Caccia tragica, di Giuseppe De Santis, vale un Nastro d’Argento come migliore non protagonista. Per la Gioi sono anni di grandi soddisfazioni.

Eppure, nel momento di  massima celebrità, il cinema inizia a metterla in disparte. Lei ripara sul teatro, dove viene diretta da Luchino Visconti e Guido Salvini. Saluta lo schermo. Tornerà davanti alla macchina da presa soltanto in poche occasioni: nello storico Il processo di Verona (1963), di Carlo Lizzani, è un’intensa Rachele Mussolini.

Mai dimenticata, muore a Fregene nel luglio 1975. Ad appena 58 anni.

Leggera, ironica Luciana. Mina vagante con il volto di Elena Sofia Ricci

Pubblicato marzo 17, 2010 di italianstardust
Categorie: Ritratti Straordinari

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Luciana-Elena Sofia Ricci in una scena del film "Mine Vaganti" (2010), di Ferzan Ozpetek. (Google)

Zia Luciana è zitella. Ha quasi cinquant’anni e i capelli rosso fuoco, come Rita Hayworth in Gilda. Gioca a fare la diva, provoca, si veste in modo appariscente. Beve molto vino. Fa entrare gli amanti dalla finestra, e poi urla «al ladro, al ladro!». Abita un microcosmo grottesco, che vive dello sguardo e dei gesti di Elena Sofia Ricci in Mine Vaganti (2010), di Ferzan Ozpetek.

Luciana non ha regole. Ex ragazza di stagioni libertarie, si nutre della sua immagine riflessa nello specchio. Vive ancora con la madre (Ilaria Occhini) e il fratello Vincenzo (Ennio Fantastichini). Lui ha messo su famiglia: una figlia femmina e due maschi, entrambi omosessuali. Luciana conosce il loro segreto, ma preferisce fare finta di nulla. Di scheletri nell’armadio lei ne ha già tanti. Trascorre le giornate nel salotto di casa, fasciata da una vestaglia di seta blu, in attesa di un principe azzuro che tarda ad arrivare. E che forse lei non cerca nemmeno più.

Elena Sofia Ricci è nata a Firenze nel 1962. Da "Caro Maestro" a "Stefano Quantestorie", è una delle attrici più apprezzate dello spettacolo italiano. (Google)

In amore non è mai stata fortunata. Da giovane era scappata in Inghilterra per seguire un musicista italiano. Lui le aveva promesso un futuro insieme. In realtà voleva i suoi soldi. Ferita e umiliata, Luciana era tornata a casa sua, nelle Puglie.

Una sconfitta pesante, che però non è riuscita ad abbattere le sue ambizioni. Alla vigilia dei cinquant’anni, la bella di Lecce rincorre ancora il successo. É insicura, l’anonimato la terrorizza. Si costruisce un personaggio, quello di seduttrice sfacciata e grossolana, e lo porta avanti fino in fondo. Con orgoglio. Il suo è un mondo amaro e surreale: rincorre avventure sessuali senza futuro, arriva perfino a corteggiare un gruppo di ragazzi gay. Alle due nipotine in sovrappeso impartisce spassose ripetizioni di portamento. L’ex ragazza con la valigia piena di sogni nuota in una felicità che non esiste. E che ha lo stesso odore stantìo del liquore che ogni sera nasconde sotto il letto.

Elena Sofia Ricci, meravigliosa attrice toscana, interpreta il personaggio di Luciana con incantevole leggerezza. E’ uno dei ruoli migliori della sua carriera.

Da Cinecittà al Messico, la storia di Irasema Dilian

Pubblicato marzo 15, 2010 di italianstardust
Categorie: Stelle del Cinema

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Irasema Dilian (1924-1996) ha conosciuto una stagione di grande notorietà nel cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. (Cinemabrasilero.net)

Doveva divertire, distrarre, emozionare le platee. Con quel viso acqua e sapone, il fascino garbato, l’italiano dolcemente imperfetto. Nel cinema degli anni Quaranta, Irasema Dilian (vero cognome, Warschalowska) fu una delle star più amate. Merito di Vittorio De Sica, che scopre la bella attrice e la lancia nello spassoso Maddalena… zero in condotta (1940). Lei, nata a Rio de Janeiro nel 1924, ottiene grandi consensi.

Riproporrà il personaggio della studentessa sensibile e sincera in altre pellicole fortunate: Ore 9 lezione di chimica (1941), di Mario Mattoli e Violette nei capelli (1942), di Carlo Ludovico Bragaglia. In mezzo, la poetessa con la testa tra le nuvole di Teresa Venerdì (1941), regia ancora di Vittorio De Sica. Poi l’avventura spagnola: Irasema trascorre lì l’ultimo anno di guerra, lavorando in diverse produzioni iberiche.

Tornata a Roma, oramai lontana dai ruoli degli esordi, l’attrice si misura con il genere avventuroso in Aquila Nera (1946), di Riccardo Freda, e con ambiziosi melodrammi (Donne senza nome, 1950, di Gèza von Radvany). La sua popolarità, però, inizia a calare. Il cinema è alla ricerca di bellezze diverse, il neorealismo si fa largo nelle sale. Per l’ex diva Dilian non c’è più posto. Non in Italia, almeno. A garantirle una seconda vita artistica sarà il Messico. In America Centrale, Irasema gira un film dietro l’altro. L’eco della sua rinnovata celebrità arriva fino in Europa: Luis Boñuel la chiama per interpretare Caterina, protagonista di Cime tempestose (1953).

Ancora affascinante e amata dal pubblico, nella prima metà degli anni Sessanta decide di rientrare nel nostro Paese e abbandonare le scene. Morirà a Ceprano nel 1996.

Ilaria Occhini, talento e sensibilità

Pubblicato marzo 14, 2010 di italianstardust
Categorie: Stelle del Cinema

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Ilaria Occhini è nata a Firenze nel 1934. (Google)

A inizio carriera si faceva chiamare Isabella Redi. Con quel nome d’arte aveva debuttato sul grande schermo: Terza liceo (1954), di Luciano Emmer. Ilaria Occhini, fiorentina classe 1934, all’epoca era una ragazza bionda e sorridente, bella e sconosciuta. Sarebbe diventata una signora dello spettacolo italiano.

L’esordio nella commedia rosa si rivela fortunato. Ilaria interpreta altri ruoli brillanti, su tutti Il medico e lo stregone (1957), regia di Mario Monicelli. Poi una incontro fatale. Con il teatro. L’attrice, intensa e versatile, duetta sul palcoscenico con Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Il cinema sembra dimenticare il suo talento, relegandola a partecipazioni di sfondo (Il mantenuto, 1961, di Ugo Tognazzi), in film anche prestigiosi (Due contro la città, 1973, di Josè Giovanni).

Occhini dovrà aspettare gli anni Novanta per trovare personaggi di rilievo: Benvenuti in casa Gori (1992), di Alessandro Benvenuti, le vale il Nastro d’Argento come migliore non protagonista.

Molto attiva anche in televisione, nel 2008 offre una strepitosa prestazione attoriale a nervi tesi in Mar Nero, esordio alla regia di Federico Bondi. Per il ruolo dell’insopportabile Gemma è premiata a Locarno con il Pardo d’Oro.

Un’altra prova di razza, Ilaria la offre in Mine Vaganti (2010), di Ferzan Ozpetek, dove interpreta una matriarca burbera e disillusa, che si lascia morire sul letto di casa. Stanca e disillusa, sommersa da una montagna di pasticcini. Il diabete l’avrebbe comunque uccisa. Lei, però, ha preferito andarsene prima di essere sconfitta dalla malattia.

Eva Marie Saint, la ragazza di “Fronte del porto”

Pubblicato marzo 11, 2010 di italianstardust
Categorie: Stelle del Cinema

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Eva Marie Saint, premio Oscar 1955 per "Fronte del porto", di Elia Kazan. (Google)

Nel 2009 è tornata sul palcoscenico delle stelle. Cinquantaquattro anni dopo. I capelli ancora biondissimi e lisci, come in quella notte magica del marzo 1955. Quando lei, Eva Marie Saint, strinse al petto l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Eccola, mezzo secolo più tardi, accanto alle dive della nuova generazione. Non ha perso il suo sorriso angelico e innocente. E nemmeno l’aria da brava ragazza. Eppure la sua carriera non è stata delle più facili.

Un esordio stellare accanto a Marlon Brando, in Fronte del porto (1954), di Elia Kazan, frutta a Eva Marie, nata a Newark nel 1924, il prestigioso Academy Award. Dopo la vittoria, l’attrice viene chiamata da Fred Zinnemann per girare Un cappello pieno di pioggia (1957). Anche Alfred Hitchcock la vuole: in Intrigo internazionale (1960), è algida e sensuale. Ma non basta.

Il cinema piano piano la abbandona. Soltanto la televisione continua a offrirle personaggi di un certo interesse. Per anni, la Saint vive lontana dalle luci della ribalta. Torna a recitare sul grande schermo, in film di primo piano, soltanto negli anni Duemila. Non bussare alla mia porta (2005), di Wim Wenders, e Superman Returns (2006), di Bryan Singer, segnano il ritorno sulle scene di un’interprete raffinata e genuina. Disponibile e generosa. Che ha pagato a caro prezzo lo sua innata gentilezza.

Dalla Russia con Daniela Bianchi

Pubblicato marzo 10, 2010 di italianstardust
Categorie: Stelle del Cinema

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Daniela Bianchi nei panni di Tatiana Romanova (1963).

Tatiana Romanova aveva i capelli biondi e la pelle di luna. Era algida e sofisticata. Eppure parlava romano. Ad interpretare la spia sovietica che fece perdere la testa a James Bond-Sean Connery nel film Dalla Russia con amore (1963) fu Daniela Bianchi. La prima 007 girl italiana. Le altre, da Maria Grazia Cucinotta a Caterina Murino, sarebbero arrivate dopo di lei.

Classe 1942, figlia di un colonnello dell’esercito, a 18 anni viene eletta Miss Roma. Poco tempo dopo vola verso le finali di Miss Mondo. Claude Autant-Lara, maestro del cinema francese, si accorge subito della sua fotogenia: Bianchi debutta nel 1958, al fianco di Brigitte Bardot, ne La ragazza del peccato. Seguono altri ruoli non di primo piano, fino al grande salto internazionale: Terence Young la sceglie per il ruolo di Tatiana. Nella versione originale del film è doppiata, ma poco importa: il successo è garantito.

Daniela però non si lascia sedurre da quel mondo dorato. Recita ancora, diretta, tra gli altri, da Dino Risi. Poi arrivano alcune spy story senza grande seguito. Nessun dramma: si ritira dalle scene alla fine degli anni Sessanta, per occuparsi a tempo pieno della famiglia. Il suo nome è un ritornello per il popolo di internet. Seconda, memorabile Bond-girl dopo Ursula Andress.

Romy Schneider, Sissi per sempre

Pubblicato marzo 9, 2010 di italianstardust
Categorie: Stelle del Cinema

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Romy Schneider (1938-1982) nei panni della principessa Sissi.

Sarebbe stata addirittura spiata dalla Stasi, la polizia comunista della Germania dell’Est. La motivazione? Presunto sostegno ad un movimento di opposizione. Un colpo di scena che non scalfisce il mito di Romy Schneider. La diva più popolare d’Austria, la musa di Luchino Visconti, di Claude Sautet, di Orson Welles. L’immortale principessa Sissi.

Romy, vero nome Rosemarie Magdalena Albach, nata a Vienna nel 1938, aveva interpretato  per tre volte sul grande schermo, tra il 1955 e il 1957, Elisabetta di Baviera. Un successo clamoroso in tutto il mondo. Secondo molti critici, si trattò del primo fenomeno di immedesimazione collettiva.

Schneider è perfetta. Bellezza di porcellana, elegante senza superbia, lunghi capelli rossi. Un solo amore di celluloide: l’imperatore Francesco Giuseppe. Nella vita, Romy non avrà altrettanta fortuna. Conosce Alain Delon e se ne innamora. Ma la storia ha vita breve: nel 1964 le strade dei due divi si separano.

Le sirene di Hollywood riescono a lenire il dolore e l’eco (per ora lontana) del male di vivere. Schneider si sposa ancora. Due matrimoni per ritrovare la felicità. Che, però, non arriva. L’attrice è disperata: cerca conforto nell’alcool e finisce per affogare nella depressione. Gli anni Settanta pesano come un macigno sul suo meraviglioso corpo . Nel 1981, la tragedia: muore il figlio 14enne David. Romy lo segue un anno dopo.

Viene trovata senza vita in un appartamento di Parigi, è il maggio del 1982. I referti medici parlano di arresto cardiaco, ma non si esclude il suicidio. Romy Schneider ha solo 44 anni. Il giorno del funerale, Alain Delon lascia sulla sua bara un biglietto: «Non sei mai stata così bella». Lei avrebbe sorriso. Luminosa e pudica, ancora principessa. Per l’ultima volta.