Posted tagged ‘Alberto Sordi’

Mamma Nanda Primavera, dalla Lollo a Sordi

maggio 6, 2010

Nanda Primavera (1898-1995). Per lei una carriera lunga più di settant'anni. (Google)

Il cinema italiano la voleva madre a tutti i costi. Ambiziosa e severa, oppressiva e chiacchierona. Anche sopra le righe, se necessario. Nanda Primavera aveva imparato ad adattarsi. Aquilana classe 1898, cantante d’operetta agli esordi, arrivava dal teatro. Sul palcoscenico aveva sperimentato tutto: attrice, soubrette, ballerina. Un’artista completa, come prevedevano le regole dell’avanspettacolo.

Per vent’anni Nanda esibisce il suo fascino limpido e solare in riviste di grande successo. Poi l’incontro con il cinema. Casuale, secondo le cronache dell’epoca. Debutta nel 1935 in Ginevra degli Almieri, regia di Guido Brignone. A regalarle maggiori soddisfazioni, però, è il dopoguerra. Lavora con Mario Camerini, Steno, Dino Risi. Il meglio della commedia all’italiana. Alcune sue interpretazioni diventano memorabili. Per ben due volte veste i panni della madre di Gina Lollobrigida: nel letterario La provinciale (1953), di Mario Soldati, e nel patinato La donna più bella del mondo (1955), firmato da Robert Z. Leonard.

Ma è accanto a uno strepitoso Alberto Sordi che Primavera dà il meglio di sé. Nell’esilarante Il medico della mutua (1968), di Luigi Zampa, è la mamma ossessiva di un giovane dottorino romano, che cerca nell’ascesa professionale del figlio il proprio riscatto. Umano ed economico. Proporrà questo fortunato personaggio anche nel sequel del film, Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1972), di Luciano Salce.

Sempre brillante e sicura, Nanda Primavera non smette mai di recitare. Muore a 97 anni, il 9 agosto del 1995.  La sua ultima fatica cinematografica, una commedia di Giorgio Capitani: E non se ne vogliono andare. Era il 1989.

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L’ironia di Sylva, splendida provocatrice

febbraio 9, 2010

Sylva Koscina (1964-1994) ha interpretato più di cento film, in Italia e all'estero. (Google)

Sospirava e sorrideva. Si guardava intorno, compiaciuta, un po’ donna e un po’ bambina. Poi scandiva il suo motto. Poco più di un soffio: «La Koscina è sempre la Koscina». Gli italiani le credevano, eccome. Sylva Koskinon, in arte Sylva Koscina, era un simbolo. Gioiosa e anticonformista, brillante e statuaria. Schietta di carattere, personaggio di professione.

Fu il ciclone biondo del cinema italiano negli anni Cinquanta. Nata a Zagabria nel 1934, figlia della guerra e del dolore, Sylva sapeva il fatto suo. E non aveva  paura di remare controcorrente. Bionda, slanciata, procace, porterà in dote una grazia maliziosa e due grandi occhi azzurri. Pietro Germi non se la lascia scappare: nel 1956 la scrittura per Il ferroviere. È il primo ruolo di rilievo per la giovane Koscina, già Miss Tappa al Giro d’Italia. L’anno successivo viene chiamata da Alberto Lattuada per Guendalina e da Dino Risi per La nipote Sabella.

Nessun regista o produttore potrà fare a meno di lei. Sylva sarà l’amante svampita e la principessa da peplum, la star della commedia e la misurata interprete drammatica. Nello spassoso Il Vigile (1960), di Luigi Zampa, duetta con Alberto Sordi. Poi incrocia Federico Fellini: Giulietta degli spiriti (1965) è il passaporto per Hollywood. La Koscina lavora al fianco di Paul Newman in Guerra, amore e pace (1968), i divi americani impazziscono per lei. La vita aldilà dell’Oceano però è dura.

Sylva Koscina ritratta negli anni d'oro della sua carriera. (Google)

Al ritorno in Italia, arrivano le prime delusioni. Scelte professionali sbagliate, amori sofferti. Resterà comunque sempre al centro delle cronache mondane.

Sylva sarà la prima attrice del cinema italiano a sfoggiare una casa in puro stile hollywoodiano, alle porte di Roma. La prima a far cadere i tabù del perbenismo borghese negli anni del boom economico,grazie a una memorabile copertina di Playboy.

Parlava di sé in terza persona, ma lo faceva con ironia e senso del limite. Elegante anche nella maturità, non aveva bisogno di sfidare l’anagrafe. Né di ostentare le sue battaglie, su tutte quella contro il tumore al seno.

Negli anni Ottanta e Novanta diventa testimonial di una nota catena di pelliccerie e recita accanto Christian De Sica in Ricky e Barabba (1992), per la regia dello stesso De Sica. Le sue condizioni di salute però iniziano a peggiorare, arriva perfino il ricovero in una clinica di Roma. Dove Sylva Koscina muore nel dicembre 1994, a 60 anni. Sconfitta da una malattia vigliacca. Lei, che sembrava invincibile.

Monica Vitti, quando la commedia è donna

gennaio 7, 2010

Monica Vitti (vero nome, Maria Luisa Ceciarelli) è nata a Roma nel 1931. (Google)

Antonioni, Monicelli, Salce, Scola, Boñuel. E poi ancora: Alberto Sordi, Luigi Magni, Steno. Commedia e dramma. Ironia e sensualità. Il racconto di una vita: quella di Maria Luisa Ceciarelli. Il grande schermo la renderà famosa come Monica Vitti. Attrice di razza, come poche ne abbiamo conosciute. Protagonista di una lunga, esaltante storia d’amore con il cinema italiano.

Viene dalla gavetta, Monica. Romana, classe 1931, sperimenta il battesimo di fuoco del teatro. Un diploma all’Accademia di Arte Drammatica per acquisire tecnica e sicurezza. È il 1953. Sei anni più tardi sarebbe diventata la musa di Michelangelo Antonioni. Nella vita privata e sul set. Quattro film su tutti: L’avventura (1959), La notte (1960), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964). Quattro ritratti femminili di livello. Vitti coglie sfumature, valorizza i silenzi ed esalta le contraddizioni. Come se avesse fatto sempre quello, solo quello.

Monica Vitti e Alberto Sordi, coppia di razza della commedia all'italiana. (Repubblica)

Non si accontenta, però. La commedia è un genere declinato al maschile? Monica cambia le carte in tavola e diventa un’icona. Con l’aiuto di eccezionali compagni di viaggio, Alberto Sordi su tutti. Saranno Mimmo e Dea in Polvere di stelle (1974), Livia e Fabio in Io so che tu sai che io so (1982). Mario Monicelli la vuole grottesca e vendicativa nel suo La ragazza con la pistola (1968), per Ettore Scola si trasformerà in una fioraia gioviale e indecisa (Dramma della gelosia-Tutti i particolari in cronaca, 1970).

Un'immagine recente di Monica Vitti. (Wikipedia)

Tanti premi: cinque David di Donatello, tre Nastri d’Argento, un Leone d’Oro alla Carriera (1995). Una nomination ai Bafta Awards e il Globo d’Oro. A livello internazionale la consacrazione arriva nel 1984: il riconoscimento come migliore attrice al Festival di Berlino per Flirt, un film diretto da Roberto Russo, suo futuro marito.

Anche Vitti si lascia tentare dalla regia (Scandalo segreto, 1990). E non dimentica le antiche passioni: il teatro e il doppiaggio. In Senti chi parla adesso (1993) di Tom Ropelewski presta la sua voce ad una barboncina snob e viziata.

Imitata, rincorsa, richiesta e ammirata, si tiene a distanza dal mondo dello spettacolo. Il Festival di Cannes le ha dedicato il manifesto dell’edizione 2009. Sperando, forse, in una sua apparizione. In attesa di rivederla in pubblico, a lei va il nostro grazie. Grazie per averci incantato. Grazie per averci accompagnato, da un film all’altro. Grazie per aver amato così intensamente il cinema italiano.