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Francesca Romana Coluzzi, una caratterista di classe

febbraio 19, 2010

coluzziVeniva dal cinema d’autore, quello dei Germi e dei Lattuada. Era alta, bruna, esuberante. Simpatica e fiera. Si chiamava Francesca Romana Coluzzi. Per tutti, però, era soltanto Coluzzi. La ragazza nata a Tirana nel 1943 che scoprì per caso la celebrità.

Roma, anni Sessanta. La giovane Francesca Romana è una prosperosa studentessa universitaria, colta e brillante. Il mondo della spettacolo la corteggia, lei all’inizio sembra far spallucce. Cambierà idea presto: nel 1968 Pietro Germi la sceglie per interpretare la prostituta Asmara nel riuscito Serafino, accanto ad Adriano Celentano. Due anni più tardi arriva il Nastro d’Argento, grazie a Venga a prendere il caffè… da noi, di Alberto Lattuada. Coluzzi è Tarsilia, una delle tre sorelle Tettamanzi. La più divertente, la più vulcanica.

Nel 1971 arriva la chiamata di Vittorio De Sica (Io non vedo, tu non parli, lui non sente), poi inizia la stagione della commedia sexy. Francesca Romana si tuffa nel genere con impareggiabile professionalità. Sarà la moglie procace e giunonica, la partner spassosa e sopra le righe dei comici di turno. Titoli evocativi, come Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973), di Sergio Martino, oppure La settimana al mare (1981), diretto da Mariano Laurenti. Il regista americano Richard Fleischer la scrittura per Yado (1985), dove è la madre dell’esordiente Brigitte Nielsen.

Nello stesso anno, l’attrice fonda a Roma un laboratorio artistico, ribattezzato poi associazione culturale Minestrone d’Arte. Un progetto a cui Coluzzi credeva molto, che la impegnerà fino alla fine.

L’ultima apparizione al cinema risale al 1999, nel raffinato La via degli angeli (1999), di Pupi Avati. La televisione, invece, la vedrà ancora protagonista: lo sceneggiato Provaci ancora, prof! è del 2005.

Francesca Romana Coluzzi morirà a Roma, nel luglio 2009. Uccisa da una neoplasia polmonare, nella sua casa di Monte Mario. A 66 anni. Quando avrebbe avuto ancora molto da dire. E da insegnare.

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Monica Vitti, quando la commedia è donna

gennaio 7, 2010

Monica Vitti (vero nome, Maria Luisa Ceciarelli) è nata a Roma nel 1931. (Google)

Antonioni, Monicelli, Salce, Scola, Boñuel. E poi ancora: Alberto Sordi, Luigi Magni, Steno. Commedia e dramma. Ironia e sensualità. Il racconto di una vita: quella di Maria Luisa Ceciarelli. Il grande schermo la renderà famosa come Monica Vitti. Attrice di razza, come poche ne abbiamo conosciute. Protagonista di una lunga, esaltante storia d’amore con il cinema italiano.

Viene dalla gavetta, Monica. Romana, classe 1931, sperimenta il battesimo di fuoco del teatro. Un diploma all’Accademia di Arte Drammatica per acquisire tecnica e sicurezza. È il 1953. Sei anni più tardi sarebbe diventata la musa di Michelangelo Antonioni. Nella vita privata e sul set. Quattro film su tutti: L’avventura (1959), La notte (1960), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964). Quattro ritratti femminili di livello. Vitti coglie sfumature, valorizza i silenzi ed esalta le contraddizioni. Come se avesse fatto sempre quello, solo quello.

Monica Vitti e Alberto Sordi, coppia di razza della commedia all'italiana. (Repubblica)

Non si accontenta, però. La commedia è un genere declinato al maschile? Monica cambia le carte in tavola e diventa un’icona. Con l’aiuto di eccezionali compagni di viaggio, Alberto Sordi su tutti. Saranno Mimmo e Dea in Polvere di stelle (1974), Livia e Fabio in Io so che tu sai che io so (1982). Mario Monicelli la vuole grottesca e vendicativa nel suo La ragazza con la pistola (1968), per Ettore Scola si trasformerà in una fioraia gioviale e indecisa (Dramma della gelosia-Tutti i particolari in cronaca, 1970).

Un'immagine recente di Monica Vitti. (Wikipedia)

Tanti premi: cinque David di Donatello, tre Nastri d’Argento, un Leone d’Oro alla Carriera (1995). Una nomination ai Bafta Awards e il Globo d’Oro. A livello internazionale la consacrazione arriva nel 1984: il riconoscimento come migliore attrice al Festival di Berlino per Flirt, un film diretto da Roberto Russo, suo futuro marito.

Anche Vitti si lascia tentare dalla regia (Scandalo segreto, 1990). E non dimentica le antiche passioni: il teatro e il doppiaggio. In Senti chi parla adesso (1993) di Tom Ropelewski presta la sua voce ad una barboncina snob e viziata.

Imitata, rincorsa, richiesta e ammirata, si tiene a distanza dal mondo dello spettacolo. Il Festival di Cannes le ha dedicato il manifesto dell’edizione 2009. Sperando, forse, in una sua apparizione. In attesa di rivederla in pubblico, a lei va il nostro grazie. Grazie per averci incantato. Grazie per averci accompagnato, da un film all’altro. Grazie per aver amato così intensamente il cinema italiano.