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Giulietta Masina, una vita con Fellini. Tra amore e lavoro

marzo 24, 2010

Giulietta Masina (vero nome, Giulia Anna) è nata a Bologna nel 1922. (Google)

La fantasia di Federico, la dolcezza di Giulietta. La poesia di Fellini, il cuore della Masina. Una storia d’amore che ha accompagnato i più grandi successi del cinema italiano. Lui, il regista dei cinque Oscar. Lei, l’attrice minuta e aggraziata, compagna di vita e di carriera. Giulietta Masina non era appariscente come la Loren, né statuaria come la Cardinale. Eppure ha dato tantissimo allo spettacolo italiano.

Bolognese classe 1922, debuttante di lusso alla radio, fa la sua prima apparizione sul grande schermo in Paisà (1946), di Roberto Rossellini. Nel 1948 arriva il Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista per Senza Pietà. Il regista è Alberto Lattuada, che la dirigerà insieme al suo eterno amore, Federico Fellini, in Luci del varietà (1951).

E proprio il marito, a partire dagli anni Cinquanta, dà una svolta alla sua carriera. Disegna per lei una galleria di straordinari personaggi femminili. Affamati d’amore, vibranti d’umanità. Giulietta diventa il rifugio più sincero dell’immaginario del Maestro Un pulcino leggero e impaurito, che si muove con inconfondibile leggerezza tra l’esuberanza di Sandra Milo e il fascino ostentato di Sylva Koscina. Le sue interpretazioni fanno scuola: Lo sceicco bianco (1952), La strada (1954), Le notti di Cabiria (1957). In quest’ultimo film, la Masina tratteggia con grande sensibilità una prostituta di buon cuore (Cabiria appunto), «integra e pulita, in un mondo di gente torbida». Per la giuria del festival di Cannes è la migliore attrice dell’anno.

Federico Fellini e Giulietta Masina. Il regista e l'attrice si sposarono nel 1943. (Google)

Giulietta si lascia dirigere anche da altri registi: strepitosi i duetti con Anna Magnani (Nella città dell’inferno, 1958, di Renato Castellani) e Katherine Hepburn (La pazza di Chaillot, 1969, di Bryan Forbes). Le migliori occasioni, però, continua a regalargliele il marito, da Giulietta degli spiriti (1965) a Ginger e Fred (1985, con cui vince anche un David di Donatello).

Nel 1993 Fellini riceve l’Oscar alla Carriera. Tutta Hollywood si riunisce per rendere omaggio al Maestro. Lui, emozionato e commesso, parla alla platea: «A chi dedico il premio? Faccio soltanto il nome di un’attrice, che è anche mia moglie. Grazie, cara Giulietta. E, per favore, smettila di piangere». La Masina applaude, lacrime silenziose le solcano il viso.

Muore nel marzo 1994. Il marito, l’adorato Federico, se n’era andato cinque mesi prima.

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L’ironia di Sylva, splendida provocatrice

febbraio 9, 2010

Sylva Koscina (1964-1994) ha interpretato più di cento film, in Italia e all'estero. (Google)

Sospirava e sorrideva. Si guardava intorno, compiaciuta, un po’ donna e un po’ bambina. Poi scandiva il suo motto. Poco più di un soffio: «La Koscina è sempre la Koscina». Gli italiani le credevano, eccome. Sylva Koskinon, in arte Sylva Koscina, era un simbolo. Gioiosa e anticonformista, brillante e statuaria. Schietta di carattere, personaggio di professione.

Fu il ciclone biondo del cinema italiano negli anni Cinquanta. Nata a Zagabria nel 1934, figlia della guerra e del dolore, Sylva sapeva il fatto suo. E non aveva  paura di remare controcorrente. Bionda, slanciata, procace, porterà in dote una grazia maliziosa e due grandi occhi azzurri. Pietro Germi non se la lascia scappare: nel 1956 la scrittura per Il ferroviere. È il primo ruolo di rilievo per la giovane Koscina, già Miss Tappa al Giro d’Italia. L’anno successivo viene chiamata da Alberto Lattuada per Guendalina e da Dino Risi per La nipote Sabella.

Nessun regista o produttore potrà fare a meno di lei. Sylva sarà l’amante svampita e la principessa da peplum, la star della commedia e la misurata interprete drammatica. Nello spassoso Il Vigile (1960), di Luigi Zampa, duetta con Alberto Sordi. Poi incrocia Federico Fellini: Giulietta degli spiriti (1965) è il passaporto per Hollywood. La Koscina lavora al fianco di Paul Newman in Guerra, amore e pace (1968), i divi americani impazziscono per lei. La vita aldilà dell’Oceano però è dura.

Sylva Koscina ritratta negli anni d'oro della sua carriera. (Google)

Al ritorno in Italia, arrivano le prime delusioni. Scelte professionali sbagliate, amori sofferti. Resterà comunque sempre al centro delle cronache mondane.

Sylva sarà la prima attrice del cinema italiano a sfoggiare una casa in puro stile hollywoodiano, alle porte di Roma. La prima a far cadere i tabù del perbenismo borghese negli anni del boom economico,grazie a una memorabile copertina di Playboy.

Parlava di sé in terza persona, ma lo faceva con ironia e senso del limite. Elegante anche nella maturità, non aveva bisogno di sfidare l’anagrafe. Né di ostentare le sue battaglie, su tutte quella contro il tumore al seno.

Negli anni Ottanta e Novanta diventa testimonial di una nota catena di pelliccerie e recita accanto Christian De Sica in Ricky e Barabba (1992), per la regia dello stesso De Sica. Le sue condizioni di salute però iniziano a peggiorare, arriva perfino il ricovero in una clinica di Roma. Dove Sylva Koscina muore nel dicembre 1994, a 60 anni. Sconfitta da una malattia vigliacca. Lei, che sembrava invincibile.

Valeria Ciangottini, dolcissima Paolina

gennaio 17, 2010

Un'immagine recente di Valeria Ciangottini, oggi 64 anni. (Corriere)

Federico Fellini non l’aveva scelta per caso. Tanto Sylvia era burrosa e conturbante quanto Paolina era diafana e delicata. Tanto Anita Ekberg era esplosiva e sensuale quanto Valeria Ciangottini era docile e paziente. Sono le donne del capolavoro La dolce vita (1960). Sono i due universi paralleli del cinema di Fellini.

Il Maestro scoprì Valeria, romana classe 1945, all’uscita da scuola. Lei, quindicenne dal fascino azzimato, educata e gentile, si lasciò catapultare sul set di un film diventato leggenda. E la popolarità non tardò ad arrivare. L’interpretazione di Ciangottini, misurata e spontanea, incanta gli addetti ai lavori. Seguono altri ruoli, nel filone comico (Don Camillo monsignore…ma non troppo, 1961, di Carmine Gallone) e in quello drammatico (il suggestivo Cronache familiari, 1962, di Valerio Zurlini ed il meno noto Le due orfanelle, 1965, di Riccardo Freda).

L’attrice lavora anche in Francia, una solida preparazione le consente di affrontare con successo perfino la prosa classica. Poi, a partire dagli anni Settanta, dirada le sue apparizioni. Negli ultimi anni sarà la televisione a darle maggiori soddisfazioni. Con le dovute eccezioni, su tutte Appuntamento a Liverpool (1988) di Marco Tullio Giordana.

Resta un piccolo culto, per i cinefili, la scena de La dolce vita in cui Ciangottini-Paolina incontra per la prima volta a Roma Marcello Mastroianni. Una creatura pura e delicata. Antitesi perfetta di quel mondo dorato e frenetico, amato e odiato dal protagonista.

I vezzi di Sandra, star con Fellini

gennaio 15, 2010

Sandra Milo, nome d'arte di Elena Salvatrice Greco, è nata a Tunisi nel 1933. (Google)

«Mi sono ispirata ai suoi ricordi di attrice e di donna per interpretare il mio personaggio». Parla Penèlope Cruz alla presentazione del musical Nine di Rob Marshall, ispirato ad 8 ½ di Federico Fellini. E si riferisce a Sandra Milo. Anzi, a Sandrocchia, come l’aveva ribattezzata il grande regista riminese. Sandra degli eccessi, Sandra sensuale e vitalissima.

Nata a Tunisi come Elena Salvatrice Greco nel 1933, si impone nel cinema d’autore italiano a partire dagli anni Cinquanta. Esordio con Alberto Sordi (Lo scapolo, 1955, di Antonio Pietrangeli), poi il primo incontro importante della sua carriera. Con Roberto Rossellini, cuore del neorealismo, che la vuole protagonista del riuscito Il Generale della Rovere (1959) e dello sfortunato Vanina Vanini (1961). Per Milo, bella e gioiosa, amata in Francia (lavorerà con Sautet e Autant-Lara), il fiasco di quel film è un duro colpo.

Sandra Milo in una scena di "Giulietta degli spiriti" (1965) di Federico Fellini. (Google)

Lei però non si perde d’animo. I critici più impietosi le affibbiano l’etichetta di Canina Canini? Sandra risponde con una serie di interpretazioni riuscitissime. Merito di Federico Fellini, che intuisce il potenziale recitativo dell’attrice. Diventerà l’icona di un cinema surreale, inimitabile: tentazione erotica del protagonista di turno, biondissima e prosperosa, sempre sopra le righe. Con una punta di malinconia, sul set e nella vita. 8 ½ (1963) e Giulietta degli spiriti (1965) le valgono due Nastri d’Argento. Neppure Antonio Pietrangeli si scorderà mai di Sandrocchia: in La visita (1963) dà vita ad un personaggio, Pina, di notevole impatto.

Sandra nel 2003, sulla passerella del Festival di Cannes. (Tgcom)

Le vicende private di Milo sono sempre state sotto la lente d’ingrandimento dei media. Suscitarono clamore il suo matrimonio (e la successiva separazione) con il produttore Moris Ergas e le seconde nozze con Ottavio de Lollis.

Diradate le apparizioni a partire dagli anni Settanta, Sandra si riscopre presentatrice televisiva. Tornerà sul set solo in rare occasioni. Una delle ultime, deliziose caratterizzazioni è nel delicato Il cuore altrove (2003) di Pupi Avati. Vulcanica e spontanea, è molto richiesta dai salotti televisivi. «Ho amato Fellini per 17 anni», ha confessato di recente. Con il suo inconfondibile sorriso. Verità o fantasia? Poco importa. Sandra Milo è l’incarnazione di entrambe. Realtà e sogno, il mix che tanto piaceva al Maestro.

La Dolce Vita di Anita, per sempre diva

dicembre 28, 2009

Anita Ekberg all'apice della sua carriera. L'attrice oggi ha 78 anni.

Se la dolce vita ha un volto di donna, è il suo. Anita Ekberg, il silenzio e la passione. L’attrice che ha dato forma ai sogni di Federico Fellini. Il «ghiaccio bollente», secondo la stampa americana degli anni Cinquanta.

La sua storia ha inizio nella cittadina svedese di Malmö, dove Anita nasce nel 1931. Gli esordi sono nella moda: a 19 anni vince un concorso nazionale di bellezza che le spalanca le porte di Hollywood.  Si accorge di lei Howard Hughes, il più potente produttore dell’epoca. L’avventura negli Usa è sulla rampa di lancio. Piccoli ruoli, poi una parte da protagonista, al fianco di Jerry Lewis e Dean Martin. Il film è Hollywood a Morte! (1956) e frutta a Ekberg il Golden Globe per la migliore artista emergente.

La sua bellezza morbida e esplosiva conquista il grande pubblico, gli addetti ai lavori credono di poterne fare una star al servizio del pettegolezzo più becero . Non sarà così: Anita gira alla larga dai falsi miti degli Studios. Si sposa due volte (con Anthony Steel e Rik Van Nutter), ma soprattutto intreccia la sua carriera con quella di Federico Fellini.

Anita Ekberg si immerge nella Fontana di Trevi, nel film "La Dolce Vita" (1960) di Federico Fellini.

Per il regista riminese è una folgorazione. Cuce su misura per Ekberg il personaggio di Sylvia, stella del cinema di grande fascino, protagonista de La Dolce Vita (1960). Il duetto con Marcello Mastroianni diventerà leggenda: Anita, biondissima, abito nero, fa il bagno nella Fontana di Trevi. Pochi movimenti, braccia nude e camminata sensuale, invita il partner a fare altrettanto.

Il film vince la Palma d’Oro a Cannes e suggella l’unione professionale tra l’attrice e il regista. Lui la vorrà ancora protagonista delle sue surreali avventure: Boccaccio ’70 (1962), I Clowns (1971), Intervista (1987). Non è un caso se le altre interpretazioni di Ekberg non raggiungono il livello dei ruoli felliniani.

Il Maestro morirà nel 1993. Anita è presente ai funerali, occhiali scuri sul viso e una rosa rossa nella mano. «È come se la mia vita di attrice e di persona gli appartenesse», racconta.

Il resto è storia dei giorni nostri. Le ultime apparizioni sono televisive: ne Il Bello delle Donne (2002), Ekberg è la madre di Pola (Eva Robin’s). Il suo spirito e il suo mito restano però ancora lì, immersi nell’acqua della Fontana di Trevi. Tante aspiranti star hanno cercato di imitarla nel corso degli anni. Nessuna ci è mai riuscita.