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La baronessa Alida, prima fidanzata d’Italia

gennaio 31, 2010

Alida Valli (1921-2006) ha debuttato nel cinema nel 1936. (Google)

Nelle vene di Alida Maria Laura Altenburger scorreva sangue blu. Era nata a Pola nel 1921, figlia del barone Gino von Marckenstein und Frauenberg. Diventerà famosa, però, con un altro cognome. Scelto per caso, consultando l’elenco telefonico. Resterà per tutta la vita Alida Valli. E non è poco.

Alida delle meraviglie, inarrivabile e irraggiungibile. Fa il suo esordio sul grande schermo negli anni Trenta, con I due sergenti (1936), di Enrico Guazzoni. La consacrazione divistica arriva già nel 1941, grazie a Piccolo mondo antico, di Mario Soldati. Il dopoguerra le regala un Nastro d’Argento (Eugenia Grandet, 1946, ancora per la regia di Sodati) e una prestigiosa convocazione a Hollywood. Sarà glaciale e statuaria ne Il caso Paradine (1947) di Alfred Hitchcock, misteriosa e sensuale ne Il terzo uomo (1948) di Carol Reed.

Il ritorno in Italia è scandito dall’incontro con Luchino Visconti, che le affida il ruolo della contessa Livia Serpieri nel capolavoro Senso (1954). Il ruolo contribuisce ad accrescere la popolarità di Valli, ormai regina del grande schermo. Recita in Spagna, Sudamerica, Francia. È in grado di interpretare con efficacia qualsiasi personaggio: Il grido (1957), di Michelangelo Antonioni, ne è l’esempio perfetto.

Ormai padrona della scena, Alida trionfa anche in teatro e in televisione. Negli anni Settanta si lascia dirigere da registi affermati (Bernardo Bertolucci, Dario Argento) e debuttanti di razza (Roberto Benigni la vuole in Berlinguer, ti voglio bene!, 1977). Poi arriveranno un David di Donatello, la partecipazione allo struggente Il lungo silenzio (1993), di Margarethe von Trotta, il Leone d’Oro alla Carriera a Venezia nel 1997.

Alida Valli muore a Roma nel 2006, a 84 anni. Circondata da un’aurea di rispetto e gratitudine, elegante e raffinata anche nell’età matura. «Bella di una bellezza che gli anni hanno ignorato», come disse di lei Walter Veltroni, all’epoca sindaco della Capitale.

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Da Germi a Muccino. Storia di Stefania Sandrelli

gennaio 18, 2010

Stefania Sandrelli con Dustin Hoffman. Insieme hanno intrpretato il film "Alfredo, Alfredo" (1972), regia di Pietro Germi. (Google)

Gino Paoli la cantava giovane e bellissima, sapore di sale «sulla pelle e sulle labbra». Pietro Germi la immergeva nelle contraddizioni della Sicilia anni Sessanta. Stefania Sandrelli, classe 1946, aveva solo 16 anni quando la popolarità la travolse. Una ragazza come tante, all’apparenza. Da lì a poco sarebbe diventata una delle icone più durature del nostro cinema.

Il mare della Versilia le portò fortuna. Reginetta di bellezza nel 1960, si accorge di lei Luciano Salce. Basta un servizio fotografico, uno soltanto, sulla spiaggia della sua Viareggio. Le porte del grande schermo si aprono all’improvviso. Esordi stellari: in Divorzio all’italiana (1961) e Sedotta e abbandonata (1964) a dirigerla c’è Pietro Germi. Stefania stupisce tutti.

È un volto per la commedia, il suo. Ma anche il volto di una mamma. Partorisce Amanda, anche lei oggi ottima attrice, poi si tuffa sul set di Io la conoscevo bene (1965), regista Antonio Pietrangeli. Il ruolo della protagonista Adriana era stato pensato per Sandra Milo. Stefania ne raccoglierà il testimone. Il risultato è strepitoso: un’interpretazione naturale, istintiva, profonda. La migliore della sua carriera.

Stefania nel 2005 a Venezia. In mano ha il Leone d'Oro alla Carriera. (Repubblica)

Arrivano così gli anni Settanta, segnati ancora dalla mano di Pietro Germi (Alfredo, Alfredo, 1972, al fianco di Dustin Hoffman). E da incontri eccellenti: Mario Monicelli, Bernardo Bertolucci, Ettore Scola. Sempre affascinante, sorprende pubblico e critica con lo “scandaloso” La chiave (1983), di Tinto Brass. Per Sandrelli inizia una nuova gioventù artistica. Si lancia nei generi più diversi: ironica caricatura di un sex symbol in Eccezzziunale…veramente (1982) di Carlo Vanzina, delicata e convincente nell’affresco in rosa Speriamo che sia femmina (1986) di Monicelli. Francesca Archibugi la chiama per Mignon è partita (1988) ed ottiene Nastro d’Argento e David di Donatello. Vincerà altri premi, fino all’ultimo acuto: il Leone d’oro alla carriera nel 2005.

Ormai insignita del crisma di grande attrice, sempre attivissima, si lascia dirigere da Gabriele Muccino (L’ultimo bacio, 2001) e da Paolo Virzì (La prima cosa bella, 2010). Senza tralasciare la fiction televisiva, la serie Il Maresciallo Rocca (con Gigi Proietti) e la regia (Christine, 2009).

Sono i mille volti e i mille cambiamenti di Stefania. Figlia e madre, donna e adolescente, drammatica e comica. Amica e rivale. Matura e materna, eppure ancora ragazza. L’eterna ragazza del cinema italiano.